La verità è che il bisesto 2020 è partito sotto buoni auspici per la mia azienda: quest’anno sono ormai 10 anni che esiste Notorious Agency e solo io e il mio socio (Marco La Fiura, ndr), e pochi altri, sappiamo cosa ci è costato realizzare questa visione. Una visione nata almeno quattro o cinque anni prima dell’ottobre 2010 (data in cui abbiamo aperto partita iva): ricordo il porto di Marsiglia sullo sfondo dei nostri progetti per il futuro nell’estate del 2006, il fumo denso nel bagno all’ultimo piano a casa dei miei genitori mentre Marco mi spiegava come sarebbe stata la nostra agenzia di comunicazione nell’inverno dello stesso anno (ed era qualcosa di abbastanza diverso da quello che è ora) o di tutte le volte che abbiamo messo da parte la nostra frustrazione come lavoratori, stagisti, collaboratori – “ti pago in visibilità” – nel pieno della più grande crisi economica degli ultimi vent’anni prima di quella che si sta svolgendo, ora, davanti ai nostri occhi, consapevoli che ad un certo punto avremmo preso il toro per le corna e ne avremmo fatto quello che sarebbe piaciuto a noi. 

Le start up più famose del mondo sono nate negli scantinati o nei garage, Notorious è nata tra Marsiglia, il cesso di casa dei miei genitori e un loft in zona industriale. È poetico anche così? 

 

Voglio raccontare davvero questa storia perché ha cambiato radicalmente quello che avevo pensato che sarei stata nella vita e accomuna molte persone della mia generazione, quelli che si sono trovati senza nessuna prospettiva, nessun lavoro, apostrofati come “bamboccioni”, con eterni contratti da stagisti. 

Quando ho avviato Notorious avevo 25 anni, e, oltre alla disillusione, una Laurea in Lettere, il tesserino da giornalista pubblicista, una certa esperienza in organizzazione di eventi e un progetto musicale-narrativo abbastanza unico: in pratica una frichettona che cercava di far combaciare la propria purezza umanistica e le skills di una copy con le nuove opportunità offerte dalla rivoluzione digitale. In pratica una hipster, come si sarebbe detto di lì a poco. 

I social network mostravano già un certo potenziale nichilista ma rappresentavano anche un nuovo modo di raccontare storie, se lo si sapeva fare bene. E io so fare solo quello praticamente: raccontare storie. 

È così che abbiamo iniziato a proporre la gestione professionale di profili social, proprio dieci anni fa. I clienti ci guardavano come se gli stessimo parlando di fisica quantistica. Oggi questo è uno dei nostri core business

Comunque io sono una che divaga, di solito mi capita. Voglio arrivare a un punto ma mi serve fare queste premesse per arrivarci. 

 

Quello che ha sostenuto lo sviluppo di Notorious in questo decennio è senz’altro la visione sul lungo termine di Marco. Io lo prendo in giro perché lui è un visionario e io una con i piedi per terra (solo nella quotidianità perché per il resto sono una inguaribile sognatrice) ma so che è proprio questa dicotomia a far funzionare la nostra azienda e il nostro team.

Marco immaginava di superare la grave crisi economica degli anni ‘10 passando attraverso un periodo di due-tre anni in cui darci il tempo di posizionarci sul mercato in modo da avere la giusta expertise quando la crisi fosse svanita e gli investimenti fossero tornati. Da lì in poi la strada era già segnata: social management, content marketing (per vocazione), visual storytelling, e-commerce, virtual reality. Sapevamo di dover passare attraverso una fase in cui l’operatività sarebbe stata propedeutica al riconoscimento della nostra capacità di strategica. Ecco, quindi, che nel 2020 siamo riconosciuti come una delle realtà più creative del nostro territorio e ricercati per la nostra capacità di gestire processi di comunicazione complessi. 

Superare la crisi 2008-2012 è stata dura e ha richiesto molte energie mentali e fisiche, sacrifici personali e professionali. 

Oggi ci ritroviamo di nuovo nel bel mezzo di un disastro economico. Per fortuna questa volta abbiamo le spalle più larghe e Marco ha nuovamente una visione che io dovrò saper domare e incanalare nella quotidianità ma che spero ci porterà a vivere i prossimi dieci anni con la stessa fotta di questo primo decennio.

La nostra visione contempla un mondo completamente stravolto, pc e dc (prima di Covid-19 e dopo il Covid-19). Uno spartiacque che l’umanità intera faticherà ad accettare e cambierà completamente le nostre vite da qualsiasi angolo la si voglia guardare.

Nei giorni scorsi ho letto un’intervista a Tremonti che mi ha colpito molto. Non sono una persona di destra ma ho sempre considerato Tremonti una persona in gamba.

Quando ero ragazzina sono stata una vera ribelle e ricordo che i fighetti (peggior epiteto possibile per quelli completamente conformati con le scarpe di Prada o le Fornarina) ci apostrofavano come NoGlobal pensando di offenderci. Ma eravamo proprio quello, NoGlobal. A scuola ci insegnavano “la globalizzazione” e a noi sembrava il male assoluto. Dopo vent’anni Tremonti ci dà ragione e paragona questo periodo ad una guerra. Afferma che dopo la Seconda Guerra Mondiale c’è stata la Resistenza e che questo è consolatorio.

 

Ma io mi chiedo, che Resistenza saremo? Certo non andremo a nasconderci in montagna come racconta Pavese ne “La casa in collina” e non trucideremo fascisti. Ma allora cosa dovremmo fare per resistere?

Dovremo re-inventarci e questa cosa la mia generazione l’ha imparato bene. Abbiamo cavalcato l’onda della rivoluzione digitale, ci siamo creati delle professioni dal nulla, abbiamo imposto un nuovo modo di condividere (e non parlo solo dei post sui social).

Quello che dovremo fare sarà gestire la seconda ondata della rivoluzione digitale, così come è stato in passato per la rivoluzione industriale o per la rivoluzione agricola andando ancora più indietro.

Impareremo che non possiamo crescere a dismisura nell’assoluto menefreghismo per tutto ciò che ci circonda (ma voi vi ricordate della teoria della Decrescita Felice?), troveremo il modo di recuperare il disastro fatto ai danni della Natura, useremo il web in modo intelligente, troveremo nella tecnologia un’alleata (e dovremmo fare attenzione alla sua tendenza alla spersonalizzazione).

Nella situazione difficile, straordinaria, unica, surreale che sta vivendo il mondo e la nostra Italia in questi giorni, il web sta mostrando, oltre al suo lato oscuro fatto di ignoranti alla tastiera, anche la sua migliore veste. Strumento indispensabile per lo smartworking per continuare a lavorare e non mandare tutto a puttane nonostante una guerra senza bombe (come l’ha definito la mia nonna ultraottantenne), una grande opportunità per chi vende online, preziosa fonte di intrattenimento nei giorni della quarantena, tramite per viaggiare e conoscere arte e cultura nei giorni della quarantena, magnifico mezzo di comunicazione per continuare ad essere vicini ad amici e affetti proprio quando non possiamo esserlo fisicamente.

La comunicazione aziendale ai tempi di Covid-19? Per ora è tutta da scrivere ma avrà un grande futuro se, alla fine di tutto ciò, avremo imparato a maneggiare la tecnologia applicandovi l’intelligenza e lo studio a dispetto dell’attuale tendenza ad essere tutti esperti del nulla e a volerlo spacciare per esperienza. Qualcuno verrà spazzato via ma sarà una pulizia giusta. Severa ma giusta.

Experience is not bla bla bla.

 

Mi accorgo ora di aver scritto un testo di 7.200 battute, robe che se scrivessi per una testata giornalistica dovrebbero farne un’appendice.

Potrei scriverne altre 7.200 di battute ma poi non troverei un editore disposto a pubblicare il mio flusso di coscienza.

E pensare che il mio progetto felice per il 2020 era fare una grande festa per i dieci anni di Notorious!

Quindi forza italiani, amici, colleghi, clienti. Ce la faremo ancora, lo so perché ce l’abbiamo già fatta una volta e sappiamo come fare.

Vi lascio un paio di canzoni che mi hanno accompagnato nella scrittura di questo testo, sperando che la musica sia anche per voi l’antidoto al cattivo umore come lo è per me.
The Raconteurs, Somedays (I don’t feel like trying)
Fantastic Negrito, A Letter to Fear

 

 


 

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