Nei mesi scorsi abbiamo visto milioni di persone in tutto il mondo scendere in piazza per protestare contro il cambiamento climatico, e per chiedere risposte concrete a una crisi che si fa sempre più vicina.

In Italia circa un milione di studenti ha saltato la scuola per scioperare, come la giovane attivista svedese Greta Thunberg ha iniziato a fare ogni venerdì dall’agosto del 2018, dando vita al movimento internazionale Fridays For Future.

 

 

Durante quel venerdì per il futuro di qualche settimana fa la marcia dei ragazzi si è fatta notare, oltre che per il numero di partecipanti, anche e soprattutto per gli slogan che campeggiavano su cartelli e striscioni.

In molti hanno osservato come tante delle frasi che si sono viste nei cortei italiani fossero in inglese. Segno che i giovani hanno sempre maggiore dimestichezza con questa lingua, vero, ma segno anche di un forte legame esistente tra il web – i social media in particolare – e questo movimento.

Cosa che porta a riflettere su come Internet stia influenzando la retorica della protesta.

 

 

Slogan o meme? (O entrambi?)

Pensate ai cartelli che avete visto: non vi ricordano dei meme, di quelli che si vedono in giro per il web? Molto probabilmente sì, e il motivo è semplice: alcuni di essi sono effettivamente dei meme, riportati in pennarello sul cartoncino, direttamente nella loro lingua originale oppure tradotti in italiano.

 

Alcuni esempi?

C’è “Make Earth Cool Again”, che riprende e decisamente stravolge lo slogan “Make America Great Again” scelto da Donald Trump per la sua campagna presidenziale nel 2016.

Ci sono le citazioni, che sui social circolano sempre molto bene: “Earth was created for all of us not some of us” recitava un cartello, riportando le parole dello scrittore Anthony Douglas Williams.

Per non parlare delle tante frasi riprese dai discorsi di Greta Thunberg, come “How dare you?” e “We must act as if our house is on fire. Because it is.”

 

 

Fino ad arrivare ai meme tout court: “Salviamo la Terra, è l’unico pianeta con gli arancini” era scritto su un cartello, rivisitazione sicula del meme in inglese “Save the Earth, it’s the only planet with…” dove di volta in volta si annoverano la birra, il cioccolato o altre prelibatezze tra i motivi per cui vale la pena lottare a salvaguardia del pianeta.

 

 

Oppure, “La Terra sta diventando più hot di Alberto Angela”, nell’originale “The Earth is getting hotter than…”: qui il divulgatore preferito delle donne fa da controparte italiana ai vari sex symbol internazionali, reali (Leonardo Di Caprio da giovane) o ironici (Danny DeVito).

 

 

In tutti questi casi si tratta di messaggi improntati sulla comunicazione digitale, di frasi che sono nate come contenuti web, e come tali si sono diffuse tramite Internet e i social.

 

Un altro esempio di come la retorica della protesta del movimento Fridays For Future si avvicini alla comunicazione web è dato dall’iniziativa Protest by Design di Glug, compagnia inglese che organizza eventi dedicati alla creatività: qualche giorno prima di un venerdì di protesta ha messo a disposizione cartelli, disegni e slogan realizzati da designer e illustratori, da scaricare e stampare gratuitamente e portare in corteo allo sciopero globale.

 

La protesta è social

Tutto quanto abbiamo visto finora non ci stupisce e non ci dovrebbe stupire.

D’altronde sono quasi 10 anni ormai – dalla Primavera Araba del 2011 – che i movimenti di protesta hanno individuato nei social media un valido strumento di organizzazione, diffusione e comunicazione. Pensiamo alle proteste turche di Gezi Park nel 2013, oppure a quelle, ben più recenti, che si stanno svolgendo per le strade di Hong Kong contro il governo cinese.

 

 

Stiamo parlando, in tutti questi casi, di movimenti portati avanti da persone giovani, che hanno dimestichezza con gli strumenti del web. Ancora di più è vero per le proteste contro il cambiamento climatico, i cui ambasciatori sono gli adolescenti, appartenenti alla Generazione Z, abituati a comunicare attraverso Internet fin dalla nascita. Per loro i meme online sono dei mezzi più che legittimi di trasmissione della cultura.

 

Che cos’è un meme?

Per meme s’intende un qualunque elemento – una moda, un’idea, uno stereotipo – capace di propagarsi tra le persone per imitazione mediante disseminazione e condivisione, analogo a ciò che il gene rappresenta per la genetica.

 

Il termine è stato coniato nel 1976 dal biologo Richard Dawkins nel suo libro Il gene egoista, per definire la minima unità culturale capace di replicazione nei cervelli umani.

Imitazione, appunto. È così che si trasmette e si è sempre trasmessa la cultura.

E lo stesso vale per gli slogan di protesta, che della cultura fanno parte: questi vengono creati e ripetuti, ripresi da altri, spesso adattati ad altre situazioni, proprio come i loro fratelli slogan pubblicitari.

(Il discorso su come la pubblicità abbia fatto propri e riadattato alcuni di questi slogan lo teniamo per un’altra volta.)

Pensiamo alle proteste giovanili del passato e ai loro gridi di battaglia.
“Un altro mondo è possibile” intonavano i No Global nei primi anni Duemila.

Oppure, andando ancora più indietro nel tempo, ricordiamo gli slogan – famosissimi – del Sessantotto: “La fantasia al potere”, “Fate l’amore non fate la guerra”, “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”.

 

 

Le web c’est nous

Quello che abbiamo davanti è quindi un fenomeno tipicamente umano, che il web e i social media semplicemente accelerano e amplificano, in questo come in molti altri casi.

Quando sentiamo parlare del web non dobbiamo pensare a un’entità estranea e misteriosa che influenza le persone: il web è fatto di persone, che comunicano e si scambiano idee.

Internet e i social media sono strumenti, gli strumenti che i giovani di Fridays For Future e di altri movimenti ecologisti hanno scelto per portare avanti una battaglia estremamente importante, che  riguarda tutti.

 

Il cambiamento climatico è molto più urgente e importante di qualunque altra questione, e va combattuto con ogni arma a nostra disposizione.

Sì, anche con i meme su Alberto Angela 🙂

 


 

 

Fonti

 


 

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